Filippo Palizzi (1818 - 1899)

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Filippo Palizzi - Alì puro sangue
Alì puro sangue

Sotto la data del 1846 si trova annotato che Filippo «riprende i suoi lavori (con) nuovi successi». Né mancò di precisare, poco più oltre, che «nel 1847 vide per la prima volta Cava dei Tirreni nel Salernitano, e s'innamorò di questi siti dove ritrovò vasto campo di pittoriche ricerche, fino al punto che da allora fin oggi non vi è stato anno in cui non abbia dimorato una stagione in quella contrada, e non vi abbia fatto sempre studi novelli, che d'anno in anno segnano sempre nuovi progressi. Questi studi non sono che la riproduzione della natura in tutte le sue molteplici forme ed accidentalità ch'ei procura di ritrarre con quelle fine qualità pittoriche che gli sono proprie». Fu solo a partire da questa data, dunque, che, nel precipuo intendimento di approfondire le sue ricerche e di fisionomizzare ulteriormente i suoi moduli lingulstico-espressivi, Filippo trascorrerà l'estate a Cava, dove spesso lo raggiungevano committenti anche stranieri, e dove indefessamente lavorava al cospetto del vero e a diretto contatto con la natura della campagna circostante producendo anche parte degli studi attualmente conservati presso la Galleria Nazionale d'Arte moderna di Roma.
Nel 1852 licenziò i Pastorelli nel bosco, da lui più tardi donato alla Città del Vasto, un dipinto nodale nella sua produzione, in linea con il gusto europeo contemporaneo e anche per le connessioni con soluzioni di tipo impressionistico, di cui poteva avere cognizione soltanto attraverso la mediazione offertagliene soprattutto dal fratello Giuseppe, in quanto non era ancora andato a prenderne coscienza e conoscenza dirette. Si infittivano, nel frattempo, le sue relazioni con committenti ed estimatori di vari Paesi europei e persino d'America.
Dall'anno successivo (1853) cominciò a realizzare le tavole da inserire nell'imponente opera sugli Usi e costumi di Napoli che il De Bourcord si apprestava a pubblicare e per la quale egli fornì ben 48 illustrazioni sulle cento di cui il volume venne corredato. Dai suoi originali venivano ricavate, ad opera del valentissimo incisore Pisante, le lastre allora necessarie per procedere alla stampa di ciascuno degli esemplari da allegare ad ogni copia del libro dopo essere stati da lui singolarmente colorati a mano.
Nel 1855 «intraprese un viaggio artistico, e visitò Parigi, nella quale città aveva luogo l'esposizione universale, e poscia il Belgio, l'Olanda, Milano, Firenze, Roma, osservando quanto in ogni luogo vi era di meglio degli autori modemi e degli antichi maestri, si confermò nel concetto che aveva dell'arte», come egli scrisse.
Forse anche già prima del'55 egli «era a capo come maestro di alcuni artisti napoletani profughi dell'Accademia, con la norma: il vero e il vostro sentimento», un credo che rammenta e ribadisce le note ragioni per cui sempre più «in tali anni egli rinnegava la composizione smargiassana». Faceva riferimento a lui anche Domenico Morelli, che sottopose al suo giudizio gli Iconoclasti, da lui appena ultimato e su cui Filippo aggiunse di suo pugno una comunissima ciotola di terraglia infranta dal piede del protagonista: in tal modo, osservava Biancale, «il verismo faceva il suo ingresso» nell'opera di quel Maestro e nella pittura napoletana. In quel torno di tempo, «si venne formando un principio di scuola», che «partiva dalla mente, più riflessiva che immaginosa » di Filippo Palizzi e «che a poco a poco penetrò nell'animo degli ingegni più eletti; e prima fra noi, e poi dopo la mostra di Firenze, fu inteso dagli artisti di altre regioni d'Italia, e ne venne fuori tutta una riforma, combattente quel convenzionale accademico, contrario alla scrupolosa ed assoluta ricerca del vero». testimoniarlo era il Morelli che sottolineò anche il suo contributo di «pittore più immaginoso che riflessivo» alle profonde trasformazioni derivate alla pittura coeva dall'esempio di Filippo Palizzi.

Filippo Palizzi - L'amore del toto
L'amore del toto

A quei principi finirono con l'aderire anche De Gregorio, Rossano e De Nittis, fondatori ed anima di quella che Morelli chiamò Repubblica di Portici, additati da molti come il gruppo dei "ribelli", ma che sono anche gli ingegni più vivi del momento.
Dal viaggio in Francia Filippo tornò nel 1856 e, dopo aver sostato a Firenze ed a Roma, rientrò a Napoli ove l'anno successivo portò a tenni ne le ultime illustrazioni per gli Usi e costumi di Napoli del De Bourcord, licenziò vari dipinti, fra cui Sorgente della Molina ed il Paesaggio dell'antica Pompei, donde soprattutto si vuole che il linguaggio innovatore di Michele Cammarano abbia tratto il suo principale e forse fondamentale impulso, e nel generale "risveglio di attitudini", continua a venire considerato il principale riferimento nella lotta anti accademica.

 

 

 

 

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